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I diversi, quasi uguali, ma diversi

 

La Rassegna interculturale di narrazione teatrale

 

Alessandro Ghebreigziabiher

 

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I Diversi, quasi uguali, ma diversi

 

Biografia:

 

Nel novembre del 2005, un manipolo di coraggiosi si iscrisse alla prima edizione del Laboratorio interculturale di narrazione teatrale, condotto dal sottoscritto.

Era un gruppo eterogeneo, come qualsiasi insieme di persone che si incontrano per la prima volta e con quasi nessuna esperienza teatrale. I partecipanti si trovarono quindi ad affrontare le varie fasi del percorso: la costruzione del gruppo, la riscoperta delle personali modalità espressive e creative, la narrazione di sé e l’ascolto di quelle altrui.

La prima cosa che mi ha fatto riflettere è stata il rilevare che l’elemento più importante per queste persone, nel primissimo anno, è stato il lavoro sulla fiducia e sull’ascolto reciproco, al quale si sono dedicati con grande impegno e generosità.

Ora, a distanza di quasi tre anni da quei giorni, mi sento in diritto di riconoscere a questo gruppo una notevole maturità, nessuno escluso. Lo dico per esperienza, ormai sono quasi vent’anni che lavoro soprattutto su questo tipo di valori e sulle dinamiche personali che comportano. Non è facile che si costruisca un gruppo come questo, che superi tutti gli ostacoli e le messe alla prova che mi sono prodigato, forse pure involontariamente, nel propinagli.

C’è qualcosa tra queste persone, a prescindere dal sottoscritto e da quel che facciano con me.

All’inizio del percorso ci fu ovviamente qualcuno che, guardandosi intorno e non individuando alcuno “straniero doc”, fece il seguente commento: “Che peccato, mi aspettavo di trovare un gruppo multiculturale…”

Questa persona non proseguì il corso e spero per lei che abbia trovato quel che cercava.

La cosa che mi rese orgoglioso, invece, fu che il concetto alla base di questo laboratorio, cioè che la multiculturalità non ha nulla a che vedere con il colore della pelle, i tratti somatici e la particolarità del cognome, piuttosto con la consapevolezza che ogni cultura di cui essa e composta è a sua volta il prodotto di infinite diversità, venne accolto dagli altri come la cosa più naturale del mondo.

Solitamente, in questo tipo di corsi, non inserisco come tappa obbligata una rappresentazione conclusiva. Non ho mai creduto nei cosiddetti “saggi di fine anno”. Personalmente penso che il teatro abbia enormemente più a che fare con quel che avviene prima di un eventuale spettacolo. Per questa ragione, la maggior parte delle volte lascio al gruppo partecipante di decidere se e quando condividere con l’esterno il lavoro fatto, in maniera autorevole e matura, specialmente quando quel che si vuol comunicare è qualcosa di personale, di intimo.

Il gruppo fu unanime nella scelta di concludere il primo anno con una performance corale e, dopo un acceso confronto, si trovò un nome: “I diversi, quasi uguali, ma diversi.” Lo spettacolo andò in scena nel giugno del 2006, con il titolo “Storie allo specchio”. Storie, giustappunto, scritte con il cuore e con la pancia, oneste, nel senso di vere, e variopinte, cioè intessute di tutti i colori del gruppo, nessuno escluso. Come già detto, le attrici e gli attori erano quasi tutti all’esordio, tuttavia, nel teatro che prediligo, le cose più importanti non sono una perfetta dizione o una voce correttamente impostata, piuttosto l’onestà intellettuale nelle proprie parole, la generosità e la presenza emotiva sulla scena, la responsabilità del messaggio espresso. Caratteristiche che, a mio modesto parere, spesso scarseggiano su palcoscenici più stimati nella nostra città.

L’idea alla base dello spettacolo “Storie allo specchio” fu che i componenti della compagnia, prima di essere attori, erano - e sono ancora - persone con un immenso desiderio di condividere la propria storia con quelle degli altri. Da cui la consapevolezza che qualsiasi pubblico, ancora prima che di spettatori, è formato da individui con la medesima aspirazione, spesso insoddisfatta.  Quella sera i Diversi andarono in scena con una scommessa: riuscire a convincere almeno uno dei presenti a salire sul palco e contribuire con il proprio racconto al mosaico finale. Così avvenne e questo racconto fu la prova che il teatro è veramente un posto magico, in un altro tempo e in un altro spazio, capace di cancellare ogni distanza tra di noi.

A settembre del 2006 fui contattato dalla neonata compagnia, la quale mi comunicò la volontà di continuare il percorso, altra cosa che abitualmente lascio decidere agli attori.

Le scelte che i Diversi avevano davanti erano due: proseguire nel godere della fiducia e della simpatia reciproca, passando dei divertenti e rassicuranti momenti d’insieme oppure… oppure crescere, continuando a mettersi alla prova e in discussione.

Per la maggior parte dei gruppi, che siano una famiglia, piuttosto che una squadra di calcio, un partito politico come una coppia di amanti ed una comitiva di amici, il momento della crescita non è ovviamente nella fase cosiddetta dell’innamoramento, della cotta, quando ci si incontra con gioia e ci si nutre dell’empatia dell’attimo, bensì quando cominciano i veri problemi, quando emergono le reali diversità e, soprattutto, nell’istante in cui si inizia ad affrontare quel che c’è all’esterno, permettendogli di entrare, con coraggio, accettando anche il rischio di dividersi.

Così, dopo un intenso lavoro sul corpo e sulla gestualità, i partecipanti a questo secondo anno hanno messo da parte le proprie storie personali per farsi carico di quelle degli altri. Le macrostorie, quelle che riguardano tutti, a scapito delle microstorie individuali. Il primo lavoro è stato fatto sulla macrostoria classica, con i suoi archetipi ed i suoi temi universali, ed è stato scelto l’Amleto. L’idea non fu affatto quella di mettere in scena il testo, impresa a dir poco azzardata per un gruppo così inesperto, piuttosto l’obiettivo fu quello di far lavorare i partecipanti su alcuni temi trattati nel celebre dramma, il quale – come tutte le grandi opere – li offre chiaramente comprensibili a chiunque, a prescindere dal proprio titolo di studio. In particolare il lavoro fu quello di individuare, scena per scena, quali valori, quali sentimenti, quali dinamiche fossero universali e riconducibili alla nostra vita di tutti i giorni e al nostro tempo.

Per far ciò il gruppo scelse di identificarsi con la compagnia di attori girovaghi, osservatrice degli inganni e delle tragedie consumate a corte. Attori che hanno visto, attori che hanno capito, attori testimoni. Da cui il valore della responsabilità di chi fa teatro rispetto alla moralità collettiva e personale – spesso confusa furbescamente con il moralismo – di ciò che si vede tutti i giorni e che si sceglie di non raccontare e di dimenticare, di soffocare nella propria pancia.

Come l’incommensurabile quantità di bugie che normalmente chiamiamo informazione.

Informazione che ci spaccia ogni giorno delle storie assicurandocele come vere, come  indiscutibili fatti della nostra realtà. In questo infame tranello tutti possiamo cadere, ciò nonostante, questo errore all’uomo di teatro non può essere altrettanto facilmente perdonato, perché – se egli è tale – deve saper all’istante riconoscere una sceneggiatura debole, una rappresentazione incoerente e una recitazione ipocrita. Con un alleato forte ed autorevole come Shakespeare, i Diversi si sono confrontati nella ricerca di una macrostoria pubblica capace di essere paragonabile all’Amleto nella rappresentazione di tutti i grandi archetipi delle narrazioni universali, come la morte, l’onore, il tradimento, la vendetta. La scelta cadde inevitabilmente su un fatto – o storia, se preferite – che le contiene tutte alla grande: l’undici settembre e l’abbattimento delle torri gemelle. E’ così che il teatro, ovvero, la drammatizzazione, l’azione compiuta a distanza capace di permetterci la comprensione della realtà meglio di ogni telegiornale, diviene lo strumento ideale per restituire all’attore il suo più importante compito: quello di testimone coraggioso del suo tempo, di osservatore delle cose non dette, di rivelatore dell’inganno dei potenti. Il secondo spettacolo dei Diversi fu quindi un omaggio alla Morality Play classica, quanto mai attuale ai giorni nostri ed in questa nostra Italia in cui molti – come già detto – confondono con falsamente cinica astuzia il concetto di morale con quello di moralismo. Il titolo del lavoro conclusivo di questo secondo anno fu “La storia per quella che è” e fu portato in scena nel giugno del 2007, in occasione della prima edizione della Rassegna “Il dono della diversità”. Fu una serata difficile, per la gravosità della messa in scena, ma soprattutto per la scomodità del tema trattato. I pareri che registrammo furono estremamente discordanti, non ci fu un boato di consensi, bensì un paradossale misto di lodi sperticate e critiche spietate. Colgo l’occasione per sottolineare un punto per il sottoscritto fondamentale. A mio modesto parere, la drammaturgia, a differenza di quel che si esibisce in molti cosiddetti teatri della capitale, soprattutto in tempi come il nostro, è e dev’essere solo uno strumento, meno che mai un laccato artificio formale fine a se stesso, compiacente e ruffiano con il pubblico. Uno strumento responsabile, nelle mani di persone responsabili della vita che scorre al di là della quarta parete. Se la nostra cara televisione si prodiga nel riunire sul divano i suoi spettatori, il teatro deve farli cascare dalle poltrone, deve provocarli, deve dargli in pasto qualcosa che smuova le loro menti come le pance, anche correndo il rischio di non ricevere applauso alcuno.

Nel settembre del 2007 i Diversi sono tornati per la terza volta sul luogo del delitto, proponendomi di intraprendere insieme il terzo anno.

Quest’ultimo, il cui lavoro sarà testimoniato a maggio del 2008 in occasione della seconda edizione della rassegna interculturale, è stato il naturale seguito del lavoro svolto nei primi due anni.

Se nel primo i Diversi sono diventati un gruppo, riscoprendo l’importanza delle singole unicità espresse da ognuno di loro, se nel secondo i novelli attori hanno affrontato e vinto la paura di dividersi, assumendosi la responsabilità di ciò che c’era fuori del proprio vissuto, nel terzo anno la compagnia ha autorevolmente fatto esperienza di cosa voglia dire narrazione matura, non esclusivamente narcisistica, andando oltre ai propri bisogni di essere ascoltati ed apprezzati e cercando quelle storie che sono nostre come di chiunque.

 

Alessandro Ghebreigziabiher

 

 

I Diversi sono, in ordine alfabetico

(Per conoscerli meglio, cliccare sul nome):

Anna Mele

Francesca Moreschi

Giancarlo Furia

Pierfrancesco Salemi

Simonetta De Rossi

 

 

Lo spettacolo:

Orrendo lascito in riva al lago

 

 

Lo spettacolo sarà in scena

giovedì 22 maggio 2008 alle 21.00,

presso il Teatro Studio Uno,

Via Carlo della Rocca, 6 (Roma)

 

Info e prenotazioni:

Luisa Moreschi

luisa.moreschi@tin.it

Tel: 345.3026879

 

 Ultimo aggiornamento:

26/05/08